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ANIMAZIONE DI STRADA E PREVENZIONE

Le politiche giovanili possono avere come obiettivo la prevenzione, se intesa come promozione di socialità, di opportunità e di diritti. In questa prospettiva le politiche di prevenzione non sono concepite esclusivamente come contrasto alla devianza, ma come accompagnamento a giovani a cui la quotidianità appare spesso opaca ed inquietante e che vivono in una situazione di "disagio normalizzato" ("la doppia moralità"), in un contesto vi è una diffusa accettabilità del rischio in quanto ogni scelta è percepita come reversibile. "Doppia moralità" significa vedere diffondersi un nuovo tipo di giovani consumatori che contempera un'esistenza "normale" con una trasgressività intensa, temporanea e reversibile legata al tempo libero, con un incremento di consumo di nuove droghe. Di fronte a questa situazione, gli interventi di lotta alla tossicodipendenza vedono oggi lo sviluppo di una progettualità nuova, fondata sull'informazione/educazione diretta, su strada, nei luoghi in cui vi sono i giovani (scuole, discoteche, cag,...) ed in quelli del consumo, che ha, pertanto, quale epicentro il territorio e di cui la comunità terapeutica diventa un segmento (sia pure ancora rilevante).

I presupposti

Si parte da tre ipotesi:1) l’informazione sulle sostanze da sola non basta e rischia di produrre l’effetto di divulgazione delle informazioni che non producono però il risultato desiderato; 2) tutti gli operatori che se ne occupano insistono nel sottolineare la grande voglia dei giovani di discutere su questi temi unita ad una carenza di informazioni essenziali da parte di alcuni; 3) se i temi del consumo fanno parte del quotidiano e se per i giovani la quotidianità sono la scuola al mattino ed i luoghi di aggregazione (nel tempo libero), questi luoghi devono essere in grado di affrontare questo tema. Nella scuola un modo nuovo di affrontare il tema delle dipendenze è quello di “evitare il meccanismo della delega”, cioè l'affidare tutta la materia “all’esperto”. Bisogna invece lavorare per abilitare gli insegnanti ad elaborare percorsi didattici (ad es. sulle rappresentazioni sociali delle sostanze o una riflessione geopolitica su droghe e sviluppo, sulla gestione delle emozioni legate al rischio, ecc.). Nei CAG, Informagiovani, Oratori, Centro Incontro Giovani, ecc. i percorsi di prevenzione riaffermano la relazione educativa come strumento di informazione, discussione, rielaborazione sul tema delle sostanze, partendo dalla ricchezza e dalla problematicità dei vissuti quotidiani dei ragazzi. Infine va ricordato che il tema delle dipendenze è un tema complesso e che ne richiama molti altri, a partire da quello delle dipendenze in senso ampio (e non solo da sostanze illecite), dei rapporti Nord Sud del mondo, della legalità, delle mafie, del rischio, del divertimento e del tempo libero, del consumo, del traffico e della storia delle diverse sostanze, della legislazione in materia (e quindi anche il doping), ecc... Ma trattare il tema delle dipendenze significa anche parlare della relazione tra mondo giovanile e mondo adulto. Infatti oggi sembra proprio che la prevenzione abbia a che fare con il desiderio adulto. E’ un desiderio “che i ragazzi non facciano…”. Il contraltare del desiderio, da questo sempre evocato, è la paura “che i ragazzi facciano…”. La percezione di adolescenti sempre più sfuggenti e meno inclini ad aderire ai consigli/norme dell’autorità adulta accresce la paura ed il desiderio di intervenire. Purtroppo un desiderio che si muove da una paura è smascherato dai minori come non vitale, come non evolutivo. Perché i ragazzi “fiutano” dietro le buone ragioni della prevenzione l’ombra del divieto, del limite imposto, che non va sfidato perché già definito. E per questo lo sfidano. Non si tratta solo di pura trasgressione, ma di voglia di misurarsi, di vedere “l’effetto che fa”, aprendosi all’incertezza del risultato: forza attrattiva del rischio. Il desiderio adulto, che sa (anche inconsciamente) di non riuscire a entrare nella testa dei ragazzi, si rivolge ai comportamenti, cioè alle “cose da non fare”. Evitiamo che i ragazzi facciano qualcosa che li metta in pericolo. Ma i comportamenti non sono controllabili e manipolabili, a meno di privare i soggetti delle proprie facoltà di sentire e pensare. Quindi è inutile arenarsi in un compito impossibile, occorre lavorare con gli adolescenti riconoscendone sia le capacità di scelta sia le difficoltà a scegliere. Che sono tante. Allora il lavoro di prevenzione non è più “evitare che i ragazzi facciano…”, ma “aiutare i ragazzi a scegliere”. Non va ancora bene, perché sembra che la scelta “giusta” sia già lì, ed il compito della prevenzione sia quello di mostrarla ai ragazzi, di fare in modo che optino proprio per questa scelta. Occorre una nuova definizione delle finalità della prevenzione. Potrebbe essere: “aiutare i ragazzi ad essere consapevoli nelle loro scelte”. Questa definizione sembra dire dell’incontro tra due soggetti che si riconoscono, tanto che uno può essere di sostegno all’altro, senza sostituirsi ad esso. Fare prevenzione in modo efficace oggi, significa avere questo obiettivo: mettere il ragazzo nelle condizioni di scegliere consapevolmente tra una gamma di possibilità, valutando la complessità della situazione. Se vale la definizione ora esposta, ne consegue che il lavoro di prevenzione è anzitutto attività formativa, perché ha a che fare con la costruzione ed affinamento di competenze da parte del ragazzo. Una costruzione che è sociale ed ha come interlocutore l’adulto e come contesto il gruppo. Viene allora da chiedersi che ruolo abbiano le informazioni all’interno della prevenzione. Anche qui è necessario un ripensamento: l’equazione PIÙ INFORMAZIONI = MENO RISCHI viene costantemente smentita. Spesso, ad esempio, i ragazzi che assumono sostanze hanno anche più informazioni sull’argomento.

I termini

Si riconsiderino i termini. Se le campagne informative hanno dimostrato di essere inefficaci (se non controproducenti) da sole, occorre pensare ad un paradigma nuovo. Continuare a lavorare solo sulle informazioni dimostra quanto questa operazione sia difensiva dal punto di vista adulto. Difensiva perché permette di non trattare il rapporto MINORI – ADULTI ma di concentrarsi su un aspetto esterno alla relazione e neutrale, come le informazioni. Non si tratta di sminuire il ruolo delle informazioni. Un soggetto che sa decidere in modo consapevole è un soggetto in grado di ricercare e gestire le informazioni. Ma esporre una serie di dati non significa fare in modo che i ragazzi li recepiscano e li usino secondo aspettative adulte. Parlando di prevenzione non ci si può esimere dall’affrontare l’interrogativo apparentemente più banale: chi sono i soggetti coinvolti. Se il riferimento è la prevenzione primaria, i destinatari non possono essere che tutti i ragazzi. Questo perché sarebbe ingenuo pensare che al giorno d’oggi qualche adolescente possa non essere toccato dal tema dei comportamenti a rischio o delle sostanze. Non si sta affermando che tutti i ragazzi rischiano o assumono qualche droga, ma che tutto ciò accade comunque accanto ed intorno ad ognuno di loro. Elaborare una posizione personale nei confronti dell’assunzione di sostanze è oggi considerato un compito evolutivo per ogni adolescente. Possiamo ben affermare che questi comportamenti siano diventati parte del quotidiano, non rappresentando più eventi insoliti e singolari, caratteristici di persone evidentemente devianti. Proprio perché il tema è parte del quotidiano, il gruppo di adolescenti si trova ad affrontarlo, così come affronta ogni altra grande questione dell’età. E’ all’interno del gruppo dei pari che, come ci ricorda Charmet, si affettivizzano norme e valori, assumendo ruoli di guida nell’universo dei ragazzi. L’adolescente si trova pertanto a confrontarsi con questo tema rispecchiandosi nelle posizioni altrui, trovando nel gruppo non (necessariamente) il luogo dell’acquiescenza al volere di tanti ma il contesto della sperimentazione e della costruzione dei propri atteggiamenti. L’adulto che vuole fare prevenzione non può quindi esimersi dall’avere a che fare con il gruppo, con le sue peculiarità e umori, ma anche con le sue risorse. Allora il gruppo può essere contesto e strumento di prevenzione, ma strumento non facile da maneggiare, delicato e potente.

La metodologia

La metodologia della prevenzione, per essere efficace, deve essere in grado di utilizzare le risorse del gruppo di adolescenti, le sue dinamiche, evitando la scorciatoia di considerarle come accessorie e spesso distraesti rispetto al raggiungimento degli obiettivi. Il lavoro con il gruppo può permettere agli adolescenti di essere attivi costruttori di pensieri, non solo recettori: non avrebbe senso attivare il gruppo se si mirasse solo all’acquisizione acritica di informazioni. In quel caso il gruppo sarebbe davvero d’ostacolo. Ma si ritiene che il percorso della prevenzione debba esser formativo, e quindi interpellare il modo di pensare dei ragazzi; un modo di pensare che considera anche le dimensioni affettive, che non ha paura di affrontarle perché, se lo scopo è aiutare l’adolescente a decidere in modo consapevole, non gli si può chiedere di essere “macchina pensante”, produttrice di decisioni logicamente razionali, quanto piuttosto “essere vivente” che sperimenta moti contraddittori, ambiguità drammatiche, slanci e ritrosie. Parliamo di una formazione che sappia utilizzare il linguaggio dei ragazzi e non opporne uno distante; quindi anche le nozioni scientifiche possono entrare in gioco solo nella misura in cui sono “usabili”, traducibili nell’esperienza dei ragazzi, e non restino parola complicate su libri complicati. Lavorare con il gruppo significa chiedergli di pensare, di essere attivo. Quindi, da parte del formatore, stimolo e sostegno, capacità di suscitare interesse, e disponibilità all’incertezza: perché l’adolescente deve sentire di poter portare le sue idee, non di dover ricalcare le attese adulte. Non si tratta quindi di usare tecniche affascinanti, che incantino e impediscano di pensare. Piuttosto tecniche provocanti, che richiedano di posizionarsi, di dirsi, di non accontentarsi di formule trite e rimasticate.

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