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Le politiche giovanili: una sfida per la democrazia

Nel dibattito pubblico che attraversa le società contemporanee un posto centrale è occupato dalla riflessione sul concetto di democrazia. Se ne discute il contenuto normativo - quali ne siano cioè le caratteristiche - e le minacce che la insidiano e la sua compatibilità con gli sviluppi degli aspetti economici. A margine di questo intenso e appassionato dibattito assistiamo nel senso comune e nel dibattito politico quotidiano a una celebrazione - siamo ormai ad un vero e proprio luogo comune della retorica - della superiorità etica dei sistemi democratici e della loro capacità di assicurare la prosperità economica. Si è mai sentito qualcuno dichiarare pubblicamente di essere antidemocratico o criticare gli sprechi e le inefficienze della democrazia? Antidemocratici sono sempre gli avversari, minacciati i valori della democrazia. Resta, però, quasi sempre in ombra il nodo veramente centrale, il pilastro su cui si reggono tutti i sistemi democratici: la cittadinanza. Esiste democrazia solo se esistono cittadini, ma esistono cittadini solo se viene garantito un nucleo centrale di diritti. E' questa la parabola storica della modernità. Come ha acutamente osservato un grande liberale contemporaneo - Ralf Dahrendorf - la progressione della modernità si è collegata all'affermazione di diritti: il Settecento ha affermato i diritti civili, l'Ottocento i diritti politici, il Novecento i diritti sociali. Ad ogni gradino conquistato ci si accorgeva che per avere cittadini a tutti gli effetti bisognava espandere la sfera dei diritti. Quindi se - come si sostiene - la democrazia è un bene da perseguire per ragioni etiche e pratiche, va curato il suo funzionamento. E curare il suo funzionamento significa, in estrema sintesi, allargare e consolidare la sfera dei diritti. Il Novecento, in particolare, ha posto al centro della riflessione la questione dei diritti sociali. I diritti formali del liberalismo non sono sufficienti ad assicurare il pieno esercizio della cittadinanza, se non sono collegati ad alcune garanzie sostanziali. Su questa intuizione è stato edificato lo Stato Sociale, che è un punto di non ritorno della democrazia. Anzi, il progredire delle società contemporanee, la loro sempre maggiore complessità, richiede che si espanda la sfera dei diritti da garantire affinché possano contare su cittadini in grado di far funzionare la democrazia. E la questione di gran lunga decisiva, la vera sfida di questa fine secolo, è la capacità di garantire un appropriato nucleo di diritti alla fascia giovanile della popolazione.

Il ruolo della politica

La condizione giovanile si definisce nelle società contemporanee con l'affermarsi della scolarizzazione di massa, che permette la creazione di spazi di vita autonomi rinviando l'ingresso nei ruoli adulti. Questo processo ha radicalmente mutato il volto delle nostre società come è apparso evidente a partire dagli anni sessanta con la nascita dei primi movimenti giovanili e dei conflitti che li hanno visti protagonisti. Da allora ci si interroga sulla "questione giovanile", cercando di comprendere quali sono le condizioni di potenziale conflittualità, quali i corsi d'azione in grado di contenerla e integrarla. La riflessione più attenta ha però evidenziato l'insufficienza delle analisi prodotte. Infatti né le spiegazioni imperniate sullo studio della condizione sociale dei giovani, tra l'altro sempre più frammentata, né quelle imperniate sulla dimensione esclusione/inclusione nel sistema politico sono state in grado di restituire una descrizione appropriata della realtà, pur risultando utili ad approfondire le conoscenze. I giovani non sono soggetti conflittuali per definizione, ma la cultura che esprimono ci parla delle tensioni profonde che attraversano la nostra società, ci restituiscono un'immagine dei problemi e delle scelte che abbiamo di fronte. Perché questa capacità di porre domande sui fini non si disperda in fenomeni residuali, ma possa dispiegarsi, diventa centrale pensare e progettare il rapporto con la politica. Ma attenzione: nelle società complesse non si tratta più di garantire solo meccanismi di rappresentanza o la possibilità di esprimere interessi. Bisogna riconoscere che ciò che passa attraverso la politica è solo una parte della vita sociale e culturale. Le domande continuano ad esistere al di là della mediazione politica e dei risultati che produce. La qualità della politica e la possibilità di continuare ad assolvere il proprio ruolo centrale ed insostituibile dipendono dalla capacità degli attori politici di mediare le domande che nascono nella società con questa consapevolezza. Questo fragile equilibrio è perennemente esposto a due rischi contrapposti ed ugualmente dannosi: da un lato un rapporto cinico dei soggetti sociali con il sistema politico che viene pensato solo come erogatore di benefici, senza preoccuparsi di curarne il funzionamento; dall'altro la tentazione del sistema politico di appropriarsi delle domande sociali, selezionando solo quelle vantaggiose in termini di consenso. La garanzia del mantenimento di questo equilibrio non può che passare dal radicamento della cultura civica e dal rafforzamento del tessuto istituzionale, dal riscatto ciò delle principali deficienze della nostra vita pubblica: un cammino difficile, ma anche un lavoro affascinante per impedire che il nostro paese diventi una provincia marginale e un poco ottusa del mondo.

Giovani e adulti

Tradizionalmente la cultura occidentale tende, nel definire i periodi della vita, a sottolineare la centralità e superiorità gerarchica della fase adulta, quella dell'autonomia e della produttività sociale, rispetto alla quale vengono valutate le altre fasi: pre e post adultità diventano infatti le altre fasi dell'essere non ancora o non più adulto. In questa maniera si configura il binomio adulto e condizione di stabilità, condizione così di approdo a cui arrivare il più velocemente possibile per rimanervi il più a lungo possibile. Verrebbero valorizzati gli aspetti della razionalità e dell'efficienza a discapito di quelli affettivi ed espressivi, quelli dell'autonomia e autosufficienza contro quelli della dipendenza e appartenenza. Viviamo un mutamento di prospettiva, in quanto si sta riformulando l'idea di identità come compito e nodo critico di fronte a cui si trovano soggetti di ogni età, per cui l'età adulta non viene più percepita come stato, ma come movimento e trasformazione, cambiamento. A questa idea fa riscontro un'idea dell'adolescenza non più come un pedaggio da pagare, ma come modo di essere tipico di chi si interroga sull'identità. Quindi come una dimensione dell'essere psicologico che è portatrice di saperi specifici. Per questo da una parte si potrebbe benissimo evitare di parlare di politiche giovanili, sostituendo tranquillamente questo termine con quello di politiche del cittadino. Dall'altra risulta importante riconoscere quei valori, saperi, sensibilità, che sono nei giovani, come modalità tipiche di un approccio "omeopatico" alla complessità che costituisce una risorsa per la comunità tutta. In quest'ottica ci sembra che evolva anche il concetto di comunità non più vista come una costruzione a cui si deve accedere (il cittadino che acquisisce la cultura della comunità), ma a cui ciascuno porta il suo contributo. Siamo portati in questo modo a parlare, per l'universo giovanile, non più di politiche per i giovani, ma dei giovani: intendendo con questo l'impegno a garantire e tutelare degli spazi fisici e culturali aperti ai giovani perché questi facciano "politiche" contribuendo alla costruzione della "cosa pubblica". In un contesto di complessità, modernità, cambiamento, sono i giovani i più esposti, ma anche quelli che si adattano più velocemente, che sono più pronti ad adeguarsi al nuovo con un sistema immunitario omeopatico, perché totalmente immersi nella comunità. Permettere l'incontro tra saperi diversi, dove i termini adulto e non adulto, più che fasce di età raccolgono stadi di sviluppo diversi con sensibilità diverse, sembra essere la sfida per l'impegno degli anni a venire. Occorre un lavoro con le istituzioni per rimuovere quegli ostacoli che non permettono alle giovani generazioni di essere protagoniste della costruzione del proprio e altrui futuro, appropriandosi di quegli spazi di potere che spesso sono invece negati o non riconosciuti. Ciò riconoscendo ai giovani quella capacità contrattuale che comporta il rischio che questo possa avvenire in maniera conflittuale. La comunità intera è invitata a ragionare sui temi dell'interazione e integrazione della comunità giovanile al suo interno, quasi fosse una etnia tra le etnie che non è chiamata solo ad adeguarsi, ma a partecipare e determinare la costruzione della comunità.

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